Racconto di Tommaso Percivale

Illustrazioni di Lucia Calfapietra

 

In una via secondaria di Bergamo, dove i glicini fioriti si arrampicavano sulle pareti e piccole ma allegre botteghe si affacciavano con le insegne verniciate di fresco, lavorava un artigiano dalle mani sottili e agilissime. Il suo banco da lavoro era pieno di aghi, trincetti e passamanerie, e il suo laboratorio era sommerso da ritagli di pellame neri e marroni: i colori più richiesti.

Tra le mani dell’artigiano, quei grezzi ritagli si trasformavano nei guanti più eleganti e soffici mai visti. Erano così morbidi che sembravano fatti di carezze, e recavano la firma inconfondibile del signor Dante Trussardi.

Il signor Trussardi aveva un talento naturale. Non era un semplice sarto: era un artista. Come uno scultore modella busti e statue, lui cuciva guanti e capi d’abbigliamento.

E se il talento era importante, ancor più importanti per Dante erano stati gli anni di studio, gli esperimenti, le notti passate a ricamare con le dita che dolevano per i calli, e tutto il duro lavoro che serve per diventare un grande maestro.

Questo aveva reso la sua bottega così diversa dalle altre.

Questo, più un piccolo segreto.

Una sera piovigginosa di aprile, la campanella alla porta del signor Trussardi tintinnò e Dante si trovò di fronte un uomo alto come un lampione, con un monocolo all’occhio destro e una divisa che grondava galloni.

– Chi siete, signore? – domandò con curiosità.

– Il mio nome deve restare un segreto, Sir – rispose l’uomo con un forte accento straniero, sbirciando intorno a sé. – Vi basti sapere che sono un ambasciatore della Regina d’Inghilterra. Sua Eccellenza vi chiede di diventare il suo fornitore ufficiale!

Dante esitò. – È uno scherzo?

– Sua Eccellenza non è un tipo scherzoso – replicò l’ambasciatore senza scomporsi. – E poi, la finezza dei vostri guanti è conosciuta fin oltre l’oceano! Dunque, accettate?

Dante spalancò la bocca. – Ma… Ma… Sarebbe un onore!

– Però – aggiunse l’ambasciatore, – c’è un però. Si vocifera che il vostro successo sia dovuto a un certo “piccolo segreto”. Ebbene, se accettate l’incarico, dovrete condividere questo segreto con me.

Dante scosse la testa: – Mi dispiace, non è possibile.

– Cercate di capire, Sir – disse l’ufficiale con diplomazia. – Non possiamo rischiare scandali!

Allora Dante sorrise.

– Oh, vi assicuro che non nascondo niente di scandaloso. E se davvero è necessario, ve lo dimostrerò. Ma non dovrete parlare con nessuno di ciò che vedrete. Intesi?

– Nessuno a parte la Regina – precisò l’ufficiale.

– Naturalmente. Prego, seguitemi.

Dante condusse l’ambasciatore attraverso un cortile interno e si fermò davanti a una porticina di legno da cui provenivano strani rumori meccanici.

Quando la porta si aprì, l’ambasciatore sussultò. Si trovava in una grande stanza illuminata da decine di lanterne dondolanti. Al centro c’era un grande, immenso macchinario che sbuffava ritmicamente, muovendo ingranaggi e prodezze meccaniche che non si erano viste mai. In fondo alla macchina, un braccetto di rame nervosissimo cuciva un guanto con la velocità di un picchio, a punti così ravvicinati che sembravano quasi non esistere.

– Una macchina da cucire unica al mondo! – esclamò l’ambasciatore. – Questo è il segreto!

Ma Dante scosse la testa. – Nossignore. – Poi indicò una sagoma al centro della macchina. – Lui è il mio segreto.

L’ambasciatore guardò la sagoma, poi di nuovo Dante, poi di nuovo la sagoma.

– Ma no… – mormorò. – Impossibile…

Di fronte a lui, impegnato a manovrare la grande macchina, c’era qualcuno.

Solo che non era un sarto, e non era neppure un uomo. Era un cane. Un levriero. Indossava un camice bianco, un paio di occhialini tondi identici a quelli di Dante e una matita sull’orecchio sinistro.

– Le presento l’inventore di questa macchina straordinaria – disse Dante. – Il mio socio.

– Wof! – gli fece eco il cane, e poi si inchinò, e lo fece con tanta grazia che l’ambasciatore si inchinò a sua volta, lui che era abituato ad inchinarsi alle regine.

Più tardi, quando uscì dalla bottega, l’ambasciatore indugiò a lungo sulla soglia, con gli occhi che brillavano nel buio. Poi sollevò lo sguardo e notò per la prima volta l’insegna del signor Trussardi: un levriero dall’aria intelligente e fiera, che guarda lontano, dove nessuno sa guardare.

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